MINISTRO PER IL SUD PROVENZANO COME I PARTIGIANI DELLA SCUOLA PUBBLICA: BEFFATI. LA VICEMINISTRA ALL’ECONOMIA LAURA CASTELLI [M5S] PROVA A SMENTIRE I DATI.

Il primo ottobre veniva annunciata la proposta[1] per il Mezzogiorno del neo-ministro per il Sud Giuseppe Provenzano:

“Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale, ha annunciato il suo piano per il Mezzogiorno: si parte proprio dalla scuola, con investimenti sugli asili nido.

Per la scuola del Sud 15 miliardi di euro, un piano mirato per fermare l’emigrazione dei giovani dal Mezzogiorno al Nord o all’estero. Scuole aperte tutto il giorno e investimenti per gli asili nido, così che si pensi non solo ai bambini ma anche ai genitori dando spazio al potenziale delle donne”.

 

Come Partigiani della Scuola Pubblica avevamo individuato lo stesso tipo di intervento[2]:

“Per invertire la tendenza occorre investire al Sud ed evitare lo spopolamento e favorire la crescita occupazionale. A cominciare dagli sili nido e dal tempo pieno nelle scuole. Creando e favorendo quindi una doppio canale lavorativo, sia degli occupati direttamente nelle strutture scolastiche (quindi insegnanti, personale educativo e ausiliario, imprese di pulizia) sia delle famiglie in favore maggiormente dell’occupazione femminile, che ricordiamolo è fra la più bassa in europa. Il 63,3% è la media UE, mentre al Sud si ha Basilicata, Puglia, Calabria, Campania e Sicilia nelle ultime sei con valori del tasso di occupazione intorno al 30-35%”.

Apprendiamo che il fondo destinato agli asili nido per il 2020 è composto da due porzioni. Una di 520 milioni proviene dalla manovra di bilancio, e una seconda di 249 milioni dal fondo della 107 per l’asse 0-6 [all’origine era di 209 milioni ai quali il ministro Fioramonti ha aggiunto altri 40]. Un totale di 769 milioni.

Ma apprendiamo nella mattinata del 15 novembre anche la notizia[3] dal quotidiano “il Mattino di Napoli” da un articolo a firma di Marco Esposito [autore del best seller “Zero al Sud” in cui ha denunciato gli zeri proprio di asili nido al Sud] Piano asili, beffa per il Sud: solo il 24% dei fondi 2020”.

 

Insomma nemmeno il 34% che prevede la legge. Una stortura che spiega ancora il giornalista:

I 520 milioni per i nidi gratis saranno gestiti dal ministro della Famiglia Elena Bonetti [area PD] e inevitabilmente andranno di più al Nord perché lì sono i servizi e quindi lì devi concentrare i bonus. In base ai posti disponibili (tra pubblici e privati) si può stimare che il Sud si debba accontentare del 17%. L’altro tesoretto, da 249 milioni, dovrebbe essere destinato soprattutto al Sud, perché gli asili nido vanno costruiti dove mancano. Invece la quota per il Mezzogiorno è il 37%, poco più del 34% di base. Esposito spiega il perchè:

Se i riparti finali saranno questi, il Mezzogiorno avrà 92 milioni sui 520 per i nidi gratis e 92 milioni su 249 per costruire i nidi dove mancano. Il totale fa 184 milioni su 769 ovvero il 24%. Quota 34%, insomma, continua a essere un miraggio. Chi ha di più, avrà di più. Anche a tre anni d’età”.

Di tutto ciò intendiamo chiedere conferma innanzitutto al ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, poiché, provenendo egli dallo Svimez sappiamo conosca molto bene cosa è costato finora al Sud la mancata attuazione della clausola del 34% e la deviazione costante dei fondi dello stato in favore delle regioni del Nord. Nella giornata di ieri è intanto giunto un video[4] fatto dalla viceministra all’Economia Laura Castelli del M5S nel quale cerca di chiarire la posizione del Governo relativamente alla descrizione fatta da Marco Esposito. Di fatto conferma le cifre. 209 milioni di euro dalla “Buona Scuola” ripartiti secondo i criteri fissati dal precedente governo (quindi con gli zeri al Sud) ai quali hanno aggiunto 40 milioni da ripartire secondo il criterio perequativo, ossia favorire maggiormente le aree dove il servizio è assente [ed ecco erchè di fatto viene garantito che non vi saranno più comuni con zero servizi per l’infanzia]. La Castelli spiega che è stato creato un altro fondo specifico per la costruzione e messa in sicurezza degli asili nido di 2,5 miliardi di euro all’interno di un fondo più ampio di 33 miliardi per gli enti territoriali da investire a partire da quest’anno fino al 2034. Per questa spesa verrà applicata, garantisce la viceministra, la clausola del 34%, come prevede del resto la legge fortemente voluta dal governo Conte 1 e Conte 2.  Pertanto si chiede come il giornalista Esposito abbia calcolato il 24% dei servizi al Sud.

La risposta di fatto è in una tabella che Esposito ha pubblicato ieri.

In essa vengono anche evidenziati i fondi per gli asili gratis, concentrati in maggiore consistenza nelle regioni del Nord, perché il bonus si dà agli iscritti, quindi dove le strutture già ci sono! Di questo la Castelli nel video non ne ha parlato. Ma sicuramente ci sarà modo di approfondire tutte le evoluzioni. Importante è essere vigili e chiedere spiegazioni. Così come ci aspettiamo anche una risposta dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano.

[1] https://www.tecnicadellascuola.it/tempo-pieno-e-asili-nido-per-aumentare-loccupazione-al-sud https://www.orizzontescuola.it/tempo-pieno-a-scuola-e-investimenti-negli-asili-nido-ecco-il-piano-per-il-sud/

[2] https://www.orizzontescuola.it/psp-evitare-spopolamento-al-sud-cominciando-dal-tempo-pieno-nelle-scuole/

[3] https://www.ilmattino.it/economia/piano_asili_beffa_sud-4863660.html

[4] https://www.facebook.com/LauraCastelliPortavoce/videos/609866176416853/

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Prof.ssa Rosella Cerra per i PSP

EQUIPARAZIONE DEGLI STIPENDI DEGLI INSEGNANTI DELLE SCUOLE DI OGNI ORDINE E GRADO

StrAjgsRuLWDJVW-800x450-noPadNella mattinata di martedì 11 novembre su “Tecnica della scuola” è partita un sondaggio su quanti sono favorevoli ad una equiparazione degli stipendi per i docenti di ogni ordine di scuola, dall’infanzia alle superiori di secondo grado. Il sondaggio è accompagnato da un video illustrativo del vicedirettore di TS Reginaldo Palermo, spiegando in premessa che la Professione Docente è unica, per tutti gli ordini di scuola. Il tutto scaturito da una proposta di legge del deputato siciliano del PD Fausto Raciti.

Come Partigiani della Scuola Pubblica, in occasione dello sciopero del  25 ottobre abbiamo espresso chiaramente che sosteniamo questo principio: “I partigiani della Scuola Pubblica, insieme a tutte le altre sigle aderenti chiedono che venga corrisposto un aumento di stipendio, … , che tenda ad una perequazione retributiva per i docenti di ogni ordine e grado, perché è meglio iniziare un percorso di adeguamento progressivo per tutti i docenti, che lasciare ancora il problema a maturare fino a far implodere un sistema scolastico già fortemente provato”.

Una rivendicazione che si sta portando avanti da alcuni anni, come espresso anche in un corso di formazione tenuto a Lamezia Terme il 23 maggio del 2017 sulla riforma della scuola per l’asse 0-6 anni.

Non è la prima volta che vengono fatti sondaggi e petizioni sui social. Qualche mese fa è stata lanciata la petizione da Funzione Docente, rivolta all’allora ministro Bussetti. Veniva evidenziato che:

Tenuto conto che le scuole di ogni ordine e grado rientrano nel più ampio spettro della Pubblica Amministrazione, ai sensi dell’art.1 comma 2 del d. lgs. 165/01 in quanto amministrazione di stato;

Ritenuta Unica La Funzione Docente in Italia, come definito dall’art. 395 del D.Lgs. 16-4-1994, n.  297;

Considerato che non risulta normata in alcun modo una differenziazione qualitativa, tra docenti di diverso ordine di scuola per quanto permanga, invece, una sperequazione in ordine alla quantità di lavoro svolto ed alla retribuzione percepita;

Si ritiene necessario un intervento normativo volto a salvaguardare il principio di equità del settore professionale.

La Funzione Docente in Italia è Unica e percorreremo tutte le possibili strade per sancirlo”.

 

Ancor prima, due anni fa, è stata lanciata la petizione dalla docente Ilenia Barca che chiedeva la medesima cosa “EQUIPARAZIONE DI STIPENDI E ORE DI SERVIZIO TRA DOCENTI ITALIANI PER OGNI ORDINE E GRADO”. Specificando che: “Nell’epoca in cui per accedere all’ insegnamento di qualsiasi ordine e grado d’istruzione è prevista la laurea, in cui tutti i docenti sono laureati o addirittura in possesso di titoli post lauream non è pensabile ne tollerabile questa diversità di trattamento, legata a vecchi schemi”.

Pertanto: “Vogliamo rivendicare il principio secondo cui è inaccettabile l’ingiusta distribuzione economica e di ore di servizio in virtù di un principio totalmente errato vigente solo in Italia, secondo cui chi più lavora (docenti dell’Infanzia e della Primaria) meno percepisce rispetto ai colleghi dei gradi s’istruzione superiore come stipendio per il lavoro svolto”.

Ma anche il neo segretario del PD Zingaretti, quando ancora non era al governo con il M5S ha dichiarato:

Subito legge per aumentare gli stipendi ai docenti”. E ha rilanciato: “per chiedere l’aumento dei salari a tutti i maestri e le maestre e l’apertura a tempo pieno delle scuole del paese”.

Ma ciò che è di fatto più inaccettabile è che con gli anni di servizio la discrepanza fra i vari ordini di insegnamento aumenta anziché diminuire.

Come si evince dalla sintesi in tabella la discrepanza fra gli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria con gli insegnanti delle scuole secondarie di primo e secondo grado diventa notevole oltre i 21 anni di servizio. Non vi è quindi alcuna motivazione che giustifichi l’incremento della disuguaglianza, poiché se la motivazione è il titolo di studio, questo non “lievita” e non aumenta di peso e di valore con gli anni di servizio.

Anni di servizio Docente inf. e primaria Docente diplomato secondaria grado (II) Docente laureato sec.I Docente laureato sec. II Δ discrepanza fra infanzia e sec.II Δ fra sec.I e sec.II
0-2 18.490 18.490 20.068 20.068 1.580 —-
3-8 18.990 18.990 20.662 21.205 2.215 543
9-14 20.528 20.528 22.433 23.024 2.496 591
15-20 22.325 22.325 24.517 25.268 2.943 751
21-27 24.069 24.925 26.542 28.126 4.057 1.584
28-34 25.790 26.632 28.527 29.999 4.209 1.472
35 27.071 27.928 29.999 31.429 4.385 1.430

Ma sempre rimanendo nella categoria dei laureati, c’è una discrepanza crescente anche fra i docenti delle scuole superiori di primo e secondo grado dai tre fino ai 27 anni di servizio, con una lieve diminuzione per gli anni successivi. Tutto ciò senza una giustificazione apparente. Difatti il titolo di studio non cambia. Sembrerebbe che si voglia dare una maggiore importanza all’insegnamento nelle scuole di secondo grado. Ma allora neanche in questo caso è giustificata la minore retribuzione riservata agli insegnanti diplomati delle scuole superiori, essendo per questi prevista una retribuzione quasi uguale agli insegnanti della scuola dell’infanzia e primaria.

Ma oltretutto con la legge di stabilità 2017 (allegato B della legge 215/2017), il lavoro dell’insegnante nella scuola dell’infanzia è stato definito “gravoso”; con gli anni semmai aumenta il carico di responsabilità e di pesantezza del lavoro con l’infanzia, quindi semmai è il lavoro con questa fascia di età a dovere avere un aumento proporzionale di retribuzione con gli anni di servizio maggiore che negli altri ordini di scuola. Unico “premio” per compensare il lavoro gravoso è l’anticipo del pensionamento a 63 anni, con un assegno che non supera i 1.500 euro mensili. La definizione di lavoro “gravoso” è la seguente: “attività lavorativa per le quali è richiesto un impegno tale da rendere particolarmente difficoltoso e rischioso il loro svolgimento in modo continuativo”.

La modalità secondo cui la discrepanza aumenta con gli anni è quella di stabilire la stessa percentuale di aumento per tutti gli stipendi, come ha evidenziato Reginaldo Palermo nel video di accompagnamento del sondaggio: “L’atto di indirizzo della ministra Madia parlava di aumenti inversamente proporzionali allo stipendio percepito [per consentire quindi una diminuzione del gap] ma alla fine sindacati e Aran hanno sottoscritto un contratto con il 3,48% di aumento per tutti”. Per invertire la rotta bisognerebbe prevedere un aumento del 2% ai docenti delle superiori e del 5% ai docenti di infanzia e primaria”.

Il sondaggio alle ore 10.30 della mattina del 13 novembre ha registrato 3262 voti, con una percentuale del 62% a favore dell’equiparazione.

Può non essere rappresentativo di tutta la categoria, ma sicuramente rappresenta un dato non trascurabile come indagine a campione.

Un ultimo confronto lo vogliano fare con gli altri paesi europei. Nella tabella una sintesi per alcuni di essi.

  Retribuzione tabellare dei docenti in alcuni paesi europei
Paese Scuola Primaria Scuola secondaria di I grado Scuola secondaria di II grado Δ fra primaria e sec.II a fine carriera
  Inizio carriera Fine carriera Titolo di studio Inizio carriera Fine carriera Inizio carriera Fine carriera  
Italia 22.394 32.924 Laurea: per primaria legge 28 marzo 2003 n. 53, art. 5; per infanzia decreto 380, 2017 24.141 36.157 24.141 37.799 4.874
Germania 38.395 51.168 Diploma di scuola secondaria o corso post-diploma 42.873 56.864 46.374 63.944 12.776
Francia 20.642 39.385 laurea triennale o quadriennale 23.029 41.898 23.219 42.107 2.726
Spagna 30.061 42.625 diploma di Maestro o un diploma di Laurea di primo livello 33.662 47.190 33.662 47.190 4.565
Austria 26.426 50.738 Diploma di scuola secondaria o corso post-diploma 29.074 61.181 29.074 61.181 10.443
Belgio 25.120 43.333 laurea triennale o quadriennale 25.120 43.333 31.423 54.974 11.614
Portogallo 25.758 52.441 laurea triennale o quadriennale 25.758 52.441 25.758 52.441 0
Cipro 17.946 39.292 laurea triennale o quadriennale 17.946 39.292 17.946 39.292 0
Finlandia 25.617 33.317 laurea triennale o quadriennale 27.666 35.983 29.338 38.843 5.526
Media UE 25.249 42.599   26.852 45.280 27.280 46.745  

Ciò che si evince da tale tabella è che la retribuzione media europea è superiore a quella italiana per tutti gli ordini di scuola.

La discrepanza fra retribuzione degli insegnanti della primaria e delle secondarie di II grado e molto elevata in Germania, oltre i 12.000 euro. Ma per l’insegnamento nella primaria non è necessario il titolo di studio accademico. Discrepanza oltre i 10.000 euro anche il Austria e in Belgio. Discrepanza molto simile in Spagna e in Finlandia. Un dato significativo è rappresentato dai due stati, Portogallo e Cipro, ove già si ha una perequazione retributiva.

Ciò che si vuole evidenziare è la differenza di trattamento economico in relazione al titolo di studio. Una qualche giustificazione infatti sulla presenza della discrepanza in quasi tutti i paesi europei potrebbe essere sempre legata al titolo di studio. In Germania ed Austria, dove la discrepanza supera i 10 mila euro, non è necessaria la laurea per insegnare nelle scuole di base.  Ma in effetti anche laddove è prevista la laurea o corso post-universitario, permane la differenza. Differente nel caso del Belgio, ove la differenza è anche notevole, 11.614 euro, mentre il titolo di studio richiesto sarebbe accademico.

Un altro interessante termine di lavoro sarebbe l’orario settimanale dei docenti dei vari ordini di scuola nei vari paesi. Consideriamo una tabella elaborata dalla Gilda

In questa analisi non è stata considerata la scuola dell’infanzia, che in Italia prevede 25 ore settimanali frontali. Sempre più penalizzata anche nel confronto con i valori medi europei che sono di media 19,6.

Non è facile reperire i dati. Pertanto come Partigiani della Scuola Pubblica stiamo già organizzando dei corsi di formazione per docenti su questo tema con i sindacati per poter approfondire e trovare i “valori medi” giusti per tutti.

I PARTIGIANI DELLA SCUOLA PUBBLICA OFFRONO UN QUADRO ALLARMANTE DELLA SITUAZIONE DELLE SCUOLE AL SUD, DELLO SPOPOLAMENTO DEL MERIDIONE E DELLA MANCANZA DI LAVORO, MA LA SOLUZIONE C’E’..

img800-allarme-emigrazione-dal-sud-italia-137128.jpgIl fatto che ci sia un forte divario tra nord e sud, che negli anni aumenta, anziché diminuire, nonostante i buoni propositi dei governi di turno, è ormai un dato conclamato che pone importanti riflessioni

 Nel 2018 lo denunciava persino la Svimez riferendosi agli anni precedenti. Un dato confermato anche nel rapporto del 2019: “Nel 2016, la percentuale di bambini tra zero e tre anni di età che hanno usufruito dei servizi per l’infanzia, è nel Mezzogiorno del 5,4%, … il dato medio dei comuni del Centro-Nord è del 17%”.

Ci voleva la denuncia di una settantina di comuni del Sud contro l’applicazione perversa del federalismo fiscale, per sensibilizzare anche il governo, che ha annunciato che a cominciare dall’anno prossimo non vi saranno più zeri al Sud.

La scuola dell’infanzia “negata”, ossia una partenza sbagliata più pregiudicare anche il futuro funzionamento di un percorso di istruzione e formazione. Ed ecco che a conferma vi è un altro dato sconfortante rilevato sempre dalla Svimez:

Un livello di scolarizzazione dei ragazzi meridionali compreso tra il 79,2% delle Regioni del Sud e il 73,3% nelle isole, a fronte di valori compresi tra l’82,9% del Nord-Ovest, l’85,3% del Nord-Est e l’85,2% nel Centro. Il Mezzogiorno presenta tassi di abbandono [scolastico] troppo elevati… Se, però, nel Centro-Nord il mancato proseguimento degli studi si accompagna a un numero più consistente di giovani occupati, nelle Regioni meridionali gli occupati usciti precocemente dagli studi sono una minoranza”.

Ed ecco inevitabilmente lo spopolamento delle regioni del Sud. Dall’inizio del 2000 sono partiti oltre due milioni di persone. Come se l’intera Calabria si fosse spopolata. Oltre il 68% dei cittadini italiani che nel 2017 ha lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva almeno un titolo di studio di secondo livello: diploma superiore il 37,1% e laurea il 30,1%.

Un altro dato di spopolamento è quello relativo alla emigrazione universitaria: “La SVIMEZ ha stimato che l’emigrazione studentesca determina una perdita complessiva annua di consumi pubblici e privati, sommando le minori risorse che vanno alle Università del Sud per la perdita di studenti e le spese private sostenute dalle famiglie per mantenere gli studenti fuori-sede, di circa 3 miliardi di euro.

Questo dato indica che negli ultimi dieci anni il Sud ha perso 200 mila laureati e circa 30 miliardi che le famiglie hanno di fatto investito per la formazione dei loro figli. Un doppio danno ovviamente per l’intero Sud!

Ma finalmente stanno emergendo anche altri dati che denunciano come al Sud finora lo Stato ha dato molto meno risorse per poter garantire sviluppo e posti di lavoro. Parliamo del famoso 34%, stabilito finalmente per legge, delle risorse dello stato che devono essere investite al Sud [in proporzione cioè al numero della popolazione], poiché finora mediamente si è investito al massimo il 28%.  Uno squilibrio quantificato in decine e decine di miliardi di spesa pubblica in meno alle regioni del Sud. È chiaro che investendo di meno si ottiene di meno. In una simulazione dell’applicazione per 10 anni della clausola del 34%, fatta dalla Svimez si apprende che si sarebbero mantenuti circa 300mila posti di lavoro, ossia anziché la perdita di 500mila, se ne sarebbero persi solo 200mila.

Per invertire la tendenza occorre investire al Sud ed evitare lo spopolamento e favorire la crescita occupazionale. A cominciare dagli sili nido e dal tempo pieno nelle scuole. Creando e favorendo quindi una doppio canale lavorativo, sia degli occupati direttamente nelle strutture scolastiche (quindi insegnanti, personale educativo e ausiliario, imprese di pulizia) sia delle famiglie in favore maggiormente dell’occupazione femminile, che ricordiamolo è fra la più bassa in europa. Il 63,3% è la media UE, mentre al Sud si ha Basilicata, Puglia, Calabria, Campania e Sicilia nelle ultime sei con valori del tasso di occupazione intorno al 30-35%.

E così via anche agli altri ordini di scuola fino all’università. Se il Centro-Nord funziona meglio non è per migliore capacità delle popolazioni e degli amministratori, ma è per maggiore flusso di fondi. Ultimamente questi dati sono emersi e sono stati spiegati al “grande pubblico” televisivo dalla trasmissione Report del 4 novembre. Sistematicamente alle città del Sud è stato dato molto meno di quanto previsto dalla Costituzione. Molti milioni in meno per ogni comune. Ciò ha comportato minori servizi, minore qualità dei servizi e ovviamente minore occupazione e maggiore spopolamento. Facile capirlo. Il principio è quello della “perequazione”. Previsto dalla Costituzione a garanzia della uniformità dei servizi e dei diritti su tutto il territorio nazionale. Ma finora applicato solo in maniera distorta, in base ai “dati storici”, quindi se storicamente un comune ha avuto un servizio, continuerà ad averlo. Chi non lo ha avuto finora continuerà a non averlo.

Queste denunce come Partigiani della Scuola Pubblica le stiamo facendo ininterrottamente da quando il giornalista d’inchiesta Marco Esposito le ha messe nero su bianco.

Così come abbiamo denunciamo anche la precaria condizione in cui versa la maggior parte degli edifici scolastici del Sud. Apprendiamo che in Calabria 700 edifici scolastici su 2000 all’anagrafe dell’edilizia scolastica sono al centro di un ampio programma di interventi per la sicurezza. Un trend in positivo ed in crescita.

Prof.ssa Rosella Cerra per i Partigiani della Scuola Pubblica

 

I Partigiani della Scuola Pubblica esprimono solidarietà alla docente sospesa in una scuola della provincia di Pavia per aver segnalato abusi su un’alunna

logo-pspI Partigiani della Scuola Pubblica esprimono solidarietà alla docente sospesa in una scuola della provincia di Pavia perché aveva segnalato alla dirigente il caso di una bambina che presentava evidenti segni di percosse e maltrattamenti; dopo qualche tempo, preoccupata nel constatare che non “si stava muovendo nulla”, presentò un esposto anche alle Forze dell’ordine.

La questione della docente sospesa impone alcune riflessioni sul caso.

  1. L’ obbligatorietà dei docenti a denunciare.
  2. L’abuso di potere ormai diffuso dei DS che utilizzano gli strumenti della 165 del 2001 in modo improprio.
  3. La solidarietà da parte del mondo della scuola.

Per quanto riguarda il primo punto, la legge è chiara: i docenti, nel merito della loro funzione, sono pubblici ufficiali a tutti gli effetti (Artt 357 e 358 del Codice Penale). Pertanto hanno il dovere di denunciare al DS. Ricordiamo che è recente il caso del bambino ucciso dal patrigno a Cardito, per il quale sono state sospese (ora a processo) due maestre e la dirigente perché sapevano ( in particolare avevano visto i lividi del bambino)e non avevano denunciato.

Riguardo al punto 2, appare quindi assolutamente fuori luogo il provvedimento del DS che avvalora quanto già detto da sempre, e cioè che i DS utilizzano impropriamente gli strumenti legislativi, spesso abusando di questo potere previsto dalla Legge.

Ricordiamo che la Legge Brunetta, se utilizzata in maniera impropria, diventa un mostro legislativo, in quanto un DS assume tre posizioni:

accusa, quindi è pubblico ministero, si difende ed è giudice fra le parti.

Quest’aspetto è un obbrobrio della giurisprudenza in quanto l’ art 111 (comma 2) della Costituzione prevede che il giudice sia terzo tra le parti.

In merito al terzo punto, la Comunità scolastica dovrebbe prendere posizione riguardo casi del genere in quanto se non parte dagli stessi docenti un recupero della propria immagine e quindi della propria dignità, non si svolterà in campo scolastico. Sono ormai quotidiane le denigrazioni del ruolo della professione docente. Non si è compreso ancora che aver tagliato e svalutato così pesantemente la scuola, produce una svalutazione dei valori e dell’etica del vivere civile.

Se diamo un esempio negativo, la società non ha più credibilità da questo punto di vista; sarebbe opportuno pertanto che, oltre che per tutti i problemi che affliggono il mondo scolastico, si lavori alacremente per dare dignità a professionisti che costituiscono pilastri delle società civili e democratiche.

Disagi agli scrutini: docenti chiedono l’aumento dovuto e dicono no ad ogni forma di autonomia differenziata

sciopero_scrutiniDisagi agli scrutini: i docenti chiedono l’aumento dovuto non più rinviabile e dicono no ad ogni forma di autonomia differenziata

 

Gli stipendi dei docenti ormai sono diventati un problema sociale che incide in modo rilevante sul buon andamento del sistema di istruzione.

Il lavoro nella scuola è diventato non fonte di reddito, ma paradossalmente fonte di disagio sociale ed economico tale da offrire a Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna il pretesto per chiedere l’autonomia regionale anche nel settore dell’istruzione, mascherando in tal modo il progetto eversivo e contrario ai principi costituzionali fondamentali di uguaglianza, solidarietà e unicità e indivisibilità della Repubblica, sotteso alle intese presentate da queste regioni.

Il problema del livello stipendiale inadeguato dei docenti, che parte da una base di 1300 euro e che ha perso potere d’acquisto, non è più una mera rivendicazione di categoria, ma una priorità nazionale per il funzionamento delle scuole di tutti gli ordini e gradi.

Il Ministro Fioramonti ha individuato la portata strategica di questa misura e si sta spendendo nella direzione giusta, ma il Governo potrebbe dirottare i fondi altrove.

Ormai la professione docente è diventata la professione dei meridionali e dei poveri grazie al mancato adeguamento degli stipendi al costo della vita.

Le risorse vanno trovate ora: sappiamo che sono consistenti , ma rinviare la soluzione al problema porta ad un aggravarsi ulteriore della situazione , perché i mancati progressivi adeguamenti nel corso degli anni hanno comportato che le risorse da investire sono andate di anno in anno ad aumentare acquisendo una mole che incombe in maniera importante sulla manovra di bilancio.

 

Pertanto I partigiani della Scuola Pubblica, insieme a tutte le altre sigle aderenti chiedono che venga corrisposto un aumento di stipendio, consistente e dignitoso in conformità alla professione, che sia a tre cifre, con contestuale abolizione del bonus premiale, che tenda ad una perequazione retributiva per i docenti di ogni ordine e grado, perché è meglio iniziare un percorso di adeguamento progressivo per tutti i docenti, che lasciare ancora il problema a maturare fino a far implodere un sistema scolastico già fortemente provato.

 

Contestualmente ci opponiamo fermamente anche alla spinta autonomistica che, con la scusa degli aumenti di stipendio, fa emergere chiaramente la volontà di tenere in scacco, controllare e sfruttare elettoralmente un’enorme quantità di lavoratrici e lavoratori ricattabili e destinati a lungo precariato, e un totale asservimento della Scuola, del suo personale, dei suoi programmi, che sarebbero calibrati sul localismo particolaristico delle singole “piccole patrie”.

Se questo Governo non intende correre ai ripari, saremo costretti a creare disagi agli scrutini del primo quadrimestre.

25/10/2019

FIRMA

“I Partigiani della Scuola Pubblica, “

“Professione insegnante”

“Lip Scuola”

“Scuola Bene Comune”

“Docenti per la Scuola Statale pubblica”

AND

I PSP esprimono solidarietà al Giornalista Lucio Ficara

logo-pspI Partigiani della Scuola Pubblica della Calabria esprimono la piena solidarietà al giornalista Lucio Ficara per i continui attacchi social che ha ricevuto e continua a ricevere da parte di un docente del Liceo Scientifico Alessandro Volta di Reggio Calabria.

 

Abbiamo condiviso con il Professore Lucio Ficara numerosi convegni organizzati dai PSP, che hanno avuto come moderatore il giornalista de La Tecnica della Scuola.

 

Siamo rimasti basiti quando abbiamo letto sul suo profilo facebook il seguente post:

 

Comunicazione di servizio…Ancora una volta mi trovo costretto ad intervenire per fare sapere ai miei lettori e amici di facebook, che un docente del Liceo Scientifico Alessandro Volta di Reggio Calabria contatta in privato docenti miei amici o miei lettori, affermando che io sono “un impostore”, ” un farabutto” e un “sedicente sindacalista della CGIL”, avvicina anche altri colleghi del Liceo Volta di Reggio Calabria aggredendoli solo per il fatto che sono miei amici o mettono dei like ai miei articoli, sostiene delle tesi incredibili sul mio conto pienamente inventate, racconta anche che trova condivisione nel criticarmi da parte della sua attuale Dirigente scolastica e alcuni esimi colleghi facenti parte dello staff di direzione della sua attuale scuola…Prego tutte le persone che vengono contattate da questo individuo, di tenere conto che le sue tesi verso la mia persona sono solo il tentativo di diffamarmi e di colpire la mia azione giornalistica e sindacale…Un grazie sentito a tutti quanti!!!”

 

Conosciamo bene la vicenda che vede il collega Lucio Ficara, vittima di attacchi diffamatori tesi a ledere la sua immagine e la sua professionalità, per tale motivo stigmatizziamo i comportamenti del docente del Liceo Scientifico A. Volta di Reggio Calabria e pensiamo che sono tempi in cui sono  gli atteggiamenti offensivi e violenti a caratterizzare il modo di comunicare in rete, ma la figura del docente diviene dirimente per arginare questo fenomeno, nella consapevolezza che l’ostilità espressa online può avere conseguenze concrete nella vita delle persone, perché “virtuale è reale”.

 

Ci crea non poco imbarazzo dunque assistere agli attacchi di un docente e quindi di un educatore, che prende di mira la magistratura colpevole di aver archiviato i suoi contenziosi, prefigurando complotti e condizionamenti e le Istituzioni ree di avere capito che il docente in questione strumentalizza gli eventi e le persone.

Ricordiamo che il docente, che insegna al Volta di Reggio Calabria, ha già preso di mira il Presidente della Commissione antimafia del Senato Nicola Morra, reo di avere preso le distanze dalle sue strumentalizzazioni, e ha già preso di mira il Garante dell’Infanzia della Calabria dott. Antonio Marziale reo di avere compreso che le sue denunce contro Ficara erano strumentali e prive di qualsiasi riscontro.

 

 

La giustizia penale, ove il docente era ricorso più volte, per denunciare la Dirigente scolastica del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Reggio Calabria e lo stesso Lucio Ficara RSU della medesima scuola, ha fatto il suo corso, archiviando tutte le paturnie del docente ricorrente.

La giustizia civile ha, in ben due gradi di giudizio, condannato il docente accusatore a pagare le spese, rigettando la richiesta di annullamento di un trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, che ha visto il docente essere allontanato con immediatezza dal Liceo da Vinci di Reggio Calabria in altra scuola.

 

La giustizia ha stabilito la correttezza del trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, ha archiviato le accuse strampalate di complotti e azioni di mobbing nei confronti del docente accusatore, ma nonostante tutto, il docente agisce attraverso facebook diffamando e colpendo l’onorabilità di persone perbene.

 

 

È veramente triste leggere un post datato “27 luglio 2019” pubblicato dal suddetto docente, in cui si screditano la scuola e la magistratura; non è edificante, per tutta la categoria dei docenti, leggere tra i commenti del suddetto post, solo per fare un esempio,  un dialogo in cui un docente commenta così:

Certi vergognosi pseudo dirigenti sono nauseanti personaggi che nella vita normale non valgono nulla, esseri vigliacchi che approfittano per fare soprusi a insegnanti seri e preparati, sfogando una frustrazione esistenziale di esseri falliti umanamente

e il solito docente in pieno accordo risponde: “Purtroppo qua il problema transisce enormemente di livello, perché sembra essere dei Giudici, almeno di alcuni giudici, e non più solo dei dirigenti scolastici“. Tutto questo è veramente mortificante per qualsiasi educatore.

 

Lamezia Terme, i PSP al convegno SUD: NO ad ogni forma di autonomia differenziata per il nostro Paese

locandinaGiorno 5 ottobre 2019 i Partigiani della scuola pubblica hanno partecipato al convegno “Sud” presso il Chiostro letterario di Lamezia Terme.

Il convegno organizzato dalla Professoressa Rosella Cerra ha visto, tra i relatori, lo scrittore Pino aprile, il docente di diritto privato dell’UMG Fulvio Gigliotti, il Professore Vittorio Daniele di politica economica (UMG) e tanti altri esponenti del mondo della cultura, della sanità, della scuola e dell’ambiente.

Al tavolo dei relatori erano presenti per i Partigiani della Scuola Pubblica, le Professoresse Lia Riommi e Gianfranca Bevilacqua, le quali hanno parlato rispettivamente dei danni dell’ autonomia differenziata al mondo della Scuola e delle offese del giornalista Rondolino nei confronti dei docenti meridionali, poi sanzionato, per tale motivo, dall’ordine dei giornalisti del Lazio.

Riportiamo il discorso integrale della Professoressa di diritto Lia Riommi:

Buonasera a tutti sono Lia Riommi, avvocato e docente di Diritto ed economia in unlia istituto superiore di Lamezia Terme.

Faccio parte dei PSP Partigiani della scuola pubblica, un movimento di docenti attivi su tutto il territorio nazionale che si è costituito all’indomani del disegno di legge sulla cosiddetta buona scuola.

Da subito abbiamo denunciato, aldilà delle evidenti aberrazioni della legge 107 del 2015 quali la chiamata diretta, gli ambiti territoriali, gli strapoteri dei DS, l’alternanza scuola-lavoro, proprio l’impianto stesso della legge e cioè la visione di una scuola-azienda, verticistica, in linea con le fallimentari politiche neoliberiste, una scuola che deve produrre una merce utile per il mercato: i nostri studenti.

Ed è in questo quadro che si inserisce, come dice una mia cara amica, nell’esecuzione di un medesimo disegno criminoso, la regionalizzazione dell’istruzione. Perché? Analizziamo le motivazioni che le regioni del nord utilizzano per chiedere l’autonomia differenziata, quella più sbandierata è la continuità didattica. Avere una scuola regionalizzata, docenti assunti con contratti regionali garantirebbe agli studenti del Nord la possibilità di avere sempre gli stessi insegnanti Ma è vero? Nessuno dubita che il problema della continuità esista, ma badate bene non è un problema limitato al nord, questo perché, e tutti gli operatori della scuola lo sanno bene, la continuità non può essere garantita neppure al sud in quanto la scuola non è un’entità statica. Le classi si formano in base al numero degli alunni così gli organici e di conseguenza le cattedre e in più occorre considerare che ogni anno ci sono insegnanti che vanno in pensione, altri che si trasferiscono. Per cui risulta evidente che la continuità come non può essere garantita al nord non può esserlo neppure al sud. Qual è allora la vera motivazione della richiesta così insistente da parte dei Presidenti delle regioni Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, della regionalizzazione dell’istruzione? Sono andata a spulciare i dati forniti dalla Ragioneria Generale ed ho scoperto che se tutte le competenze richieste, circa una ventina, passassero a queste regioni la spesa da decentrare sarebbe complessivamente di 16,2 miliardi di euro nel caso in cui si utilizzasse il criterio della spesa storica o addirittura di 18,9 miliardi se invece venisse preso in considerazione il criterio della media nazionale. E qual è la fetta di questa spesa relativa all’istruzione? Si tratta della fetta più consistente stiamo parlando di 11,4 o addirittura 13 miliardi di euro e capite bene come un flusso così importante di denaro pubblico possa fare gola. In più c’è da dire che non si tratta di risorse nuove poiché il trasferimento di queste materie deve avvenire nel bilancio dello Stato a costo zero e quindi questo denaro verrà sostanzialmente sottratto alle altre regioni per entrare nelle casse delle già ricche regioni del nord. Le regioni povere del Sud diventeranno sempre più povere e le scuole di serie B del Sud saranno ancora di più di serie B. Inoltre per allettare in un certo senso i docenti del Sud a rimanere nelle regioni del nord e a sostenere quella che è la regionalizzazione dell’istruzione, viene da tempo sbandierato un aumento sostanziale degli stipendi dei docenti assunti con contratto regionale. Ebbene le cose non stanno proprio così. Il nostro movimento che è, come dicevo prima, attivo su tutto il territorio nazionale, ha potuto ascoltare i docenti del Trentino Alto Adige regione nella quale l’istruzione è regionalizzata. Ebbene questi docenti a fronte di aumenti stipendiali dell’ordine di 200-300 euro, hanno un notevole carico di lavoro e non solo, poiché a loro viene anche applicato il criterio della reperibilità. In pratica sono diventati dei medici per cui non hanno un orario di lavoro già prestabilito come accade per tutti i dipendenti della pubblica amministrazione ma un orario di lavoro variabile e ripeto con un carico lavorativo anche eccessivo rispetto agli aumenti stipendiali. In conclusione i PSP sono assolutamente contrari alla regionalizzazione dell’istruzione e a qualsiasi forma di autonomia differenziata. Per questo, il 29 settembre presso il liceo Tasso di Roma, insieme a tutti i movimenti della scuola si è svolto un incontro nel corso del quale è stato costituito un Comitato Nazionale contro l’autonomia differenziata che avrà come primo compito quello di stilare un documento che contiene le ragioni della contrarietà alla regionalizzazione dell’istruzione. Invitiamo a diffondere questo documento e a farlo votare nei collegi dei docenti di tutte le scuole. Grazie

gianfranca 1Infine la Prof.ssa Bevilacqua, docente di diritto, nonchè avvocato, ha ricordato le offese su twitter del giornalista Rondolino contro i docenti meridionali, rei di aver protestato davanti a Montecitorio, contro la riforma 107 del 2015 che prevedeva l’abolizione delle graduatorie dei docenti, garanzia di legalità e trasparenza, in favore della chiamata diretta del dirigente scolastico.

Grazie all’Avvocato Gianfranca Bevilacqua, Rondolino è stato sanzionato dall’ODG del Lazio.

E infine la professoressa Bevilacqua ha letto il messaggio del professore campano  Libero Tassella fondatore di Scuola Bene comune che è un gruppo di docenti contrari ad ogni forma di regionalismo differenziato:

S.B.C. Scuola Bene Comune è contraria ad ogni forma di regionalismo differenziato. In pratica quello di Veneto, Lombardia e Emilia Romagna si tratterebbe solo di un neo centralismo regionale, ispirato da una perversa logica astorica di tipo separatista, voluto per motivi di interesse da parte dei gruppi di potere del Nord in una logica di egoismi paricolaristici.
La Scuola è un bene comune di tutta la Nazione e come tale deve restare allo Stato, non possono esserci le scuole separate delle regioni con i loro separati finanziamenti , i loro organici, i loro programmi, i loro contratti, non può neppure esserci un regionalismo solidale che per noi é solo un ossimoro. La Scuola ha contribuito dall’Unità ad oggi all’unificazione linguistica e culturale del nostro Paese e non può assistere passivamente a chi vorrebbe separare il Paese.
Il problema rappresenta un nuovo capitolo della questione meridionale e siamo convinti che tutti dobbiamo essere in questo momento partigiani vigili e consapevoli di una Scuola unitaria bene comune di tutta la nazione. S.B.C. vuole un Paese solidale e accogliente in cui il luogo dove si nasce non sia un fattore discriminante per la vita e il futuro dei suoi cittadini secondo i valori della Costituzione Repubblicana.
Libero Tassella S.B.C.

I PSP e tutti i presenti, nonché i politici di destra e sinistra, hanno espresso un coro unanime di rifiuto e dissenso rispetto all’autonomia differenziata, che vedrebbe il nostro paese smembrato e il sud penalizzato.

Le regioni autonome diverrebbero facili prede delle mafie locali.

La SCUOLA rimanga unica su tutto il territorio nazionale, statale, costituzionale, indipendente e presidio di legalità e cultura istituzionale.

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