Rinuncia al Bonus di merito. No alla rapina degli scatti d’anzianità

bonus-merito_noConsegnata ieri da parte di una docente appartenente al gruppo dei Partigiani della scuola Pubblica, istanza di devoluzione del proprio bonus premiale al diritto allo studio degli studenti meno abbienti e dei BES e DSA. Questa la decisione della prof.ssa Bianca Laura Granato, in coerenza con un percorso che l’ha vista astenersi dall’elezione dei docenti del Comitato di valutazione sia in seno al Collegio dei docenti, sia in seno al Consiglio d’istituto della propria scuola, il Liceo Scientifico Siciliani di Catanzaro.

Nella sua scuola, la Dirigente uscente, agendo con molto equilibrio e buonsenso, aveva ripartito la somma assegnata dal MIUR, pari a 18mila euro e rotti lordo stato (vale a dire da decurtare di un 60%) tra l’87% dei docenti, suddivisi in 4 fasce in base ai criteri stabiliti dal comitato. Anche così, nella più corretta e sindacale applicazione della legge, si è costretti a constatare come tutti i criteri, che possono essere stabiliti in coerenza con il comma 129 dell’articolo unico della legge 107/2015, “non siano funzionali ad una effettiva differenziazione qualitativa dell’operato degli insegnanti, non dando adeguato riconoscimento al lavoro di quanti, coerentemente con la propria etica professionale precipua, si spendono prioritariamente all’interno delle classi con assiduità, dedizione ed effettiva ricaduta formativa, inducendoli piuttosto a dirottare le proprie energie verso attività organizzative e\o collaterali alla didattica, che rischiano di divenire funzionali ad obiettivi personali e a detrimento degli interventi curricolari, con ricadute oltretutto non positive sull’imparzialità della valutazione. E’, infatti, sostanzialmente la qualità della formazione dei nostri studenti che contraddistingue la nostra istituzione scolastica in coerenza con le aspettative delle famiglie, che ci affidano i propri figli.” Sommando i punteggi dovuti a merito didattico e ad attività organizzative, infatti, inevitabilmente è la partecipazione a queste ultime che costituisce  il vero distinguo tra le varie categorie di docenti. A qualunque esperto di valutazione non sfugge che la qualità della didattica non può attendibilmente essere misurata nel corso di un anno scolastico  avvalendosi di criteri basati meramente sulle pratiche e non sulla ricaduta delle stesse sugli apprendimenti. Anche nella migliore delle ipotesi, seguendo il dettato della riforma, si può “premiare” chi ha fatto di più per mandare avanti la scuola, nella sua ormai complessa macchina organizzativa e burocratica, ma non chi ha fatto meglio, se il vero obiettivo della scuola  è la formazione degli studenti. La scuola ha un assoluto bisogno di essere riformata, sì, ma perseguendo l’intento di dare maggiore spazio alla formazione degli alunni, supportando  fuori dall’orario curricolare, gratuitamente,  nell’apprendimento quanti non hanno la possibilità di essere seguiti dalle famiglie o per vari motivi rimangono indietro, non certo incoraggiando i docenti con vari emolumenti a lavorare fuori dalle classi, molto spesso sacrificando curricoli già ridotti all’osso. Oltretutto così si retribuiscono due volte attività già remunerate, sia pure male, stendendo un comodo velo sul tanto sommerso che i docenti sono praticamente costretti a svolgere  spesso e volentieri per dedicarsi a pratiche che vanno non a beneficio ma a detrimento della didattica curricolare. Nella impossibilità di misurare nel corso dell’anno scolastico la qualità più autentica dell’insegnante, la soluzione più intellettualmente onesta sarebbe quella di mettere le somme stanziate  a disposizione degli scatti di anzianità e del rinnovo del contratto, scaduto da quasi 10 anni, retribuendo correttamente quanti sono impegnati in attività extra in base al lavoro effettivamente svolto, riservando ad ispettori ministeriali la valutazione dei docenti. A scuola ci sarebbe molto lavoro, per tutti, ma sono le scelte politiche, non i dirigenti, non gli operatori, che sono oberati di lavoro per pochi spiccioli,  che impediscono alla scuola italiana di fornire un servizio all’altezza delle sue potenzialità. La volontà pervicace di inserire interessi privati nelle scuole di stato, veicolandoli attraverso le ambizioni personali dei docenti , non certo di favorire  realmente il successo formativo degli studenti costituiscono i veri intenti prioritari della politica sottesa alla “buona scuola” che buona, come abbiamo visto, non è affatto.

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