IL VALORE MORALE E CIVILE DELLA DISSIDENZA

Di Prof.ssa Giovinazzo Rosanna, Referente PSP- Partigiani della Scuola Pubblica- Comitato docenti della Piana di Gioia Tauro.
“Credo che mai, come in questo momento, i docenti abbiano avuto la stessa grande responsabilità morale e civile che devono (e sottolineo DEVONO) avere adesso. Ma prima, stante la loro enorme divisione, nonostante il 5 maggio, devono maturare la convinzione che il declino della scuola italiana non riguarderà soltanto la loro già svilita condizione di docente, ma comporterà un ulteriore degrado di tutta la società.
Bisognerà scegliere il modello di scuola, e conseguentemente di società, più coraggioso. Il modello della disuguaglianza, della discriminazione, della fabbricazione di individui confezionati in base a un’ideologia tecnocratica e plutocratica, che sottende alla legge 107/2015, dovrà essere sostituito dal modello dell’uguaglianza, della difesa di una visione universalistica dell’istruzione, che mira alla formazione di persone libere, dotandole degli strumenti conoscitivi adatti a una libera scelta del loro futuro.
E questo proprio perché la scuola deve, per la sua precipua essenza, mirare ad una società di eguali (nei diritti, nella dignità, nel lavoro) e perché non si può svolgere il lavoro di docente se non nella prospettiva di una società migliore.
Il primo modello è quello dominante, evidentemente anche tra noi docenti stessi, nonostante lo sciopero del 5 maggio al quale abbiamo aderito in massa (evidentemente molti di noi abbiamo colto, di questa legge orrenda, solo quegli aspetti ritenuti dannosi per il nostro egoistico interesse, non per la collettività), stante il comportamento ubbidiente e remissivo di queste prime settimane di anno scolastico, tornato tale e quale a com’era prima dell’entrata in vigore della legge stessa.
Eppure, le parole, orrende anch’esse per un contesto scuola, che fanno da sfondo a questo modello di scuola e di società sono: meritocrazia, valutazione, efficienza, efficacia, prodotto, aziendalizzazione, manager ecc. ecc. Ma noi, anzi voi, le accettate passivamente, senza alzare la testa, senza avere il coraggio di dire NO, adducendo il famigerato e ingiustificabile “Tanto non cambierà niente”. Ed invece bisogna avere il coraggio di cambiare le cose e saper dire No nelle nostre sedi di lavoro. Non si tratta di un NO irriverente nei confronti dell’istituzione scuola, ma di un NO, simile ai tanti NO che un genitore deve saper dire al proprio figlio quando quel NO significa la sua salvezza. Allora si dica NO nei collegi docenti: al Comitato di valutazione così come contemplato nella 107/2015; ai documenti di aria fritta infarciti di “pedagogese” e di paroloni lontani dalle vere esigenze dei nostri studenti; alle passerelle di tutti i generi; al mettere in vetrina l’”offerta formativa” delle scuole, alla stessa stregua di un prodotto aziendale; alla scuola progettificio che fa guadagnare tanti soldini ai soliti intelligenti furbastri; alle prove INVALSI, estremamente discutibili, che limitano fortemente i docenti nella propria autonomia professionale, determinando gli obiettivi didattici e controllando gli istituti scolastici che ad essi non si conformino; a tutte le trovate per gravare di lavoro impossibile chi lo fa con coscienza (BES et similia). Insomma, si dica NO alla scuola così com’è e si lotti per la scuola come dovrebbe essere. Partire dal NO è conditio sine qua non verso una scuola libera, aperta, formativa, giusta. Il momento è delicatissimo, ora, adesso, in questo preciso istante, tutti dovremmo convincerci dell’enorme inganno cui siamo stati soggetti. Mi rendo conto che per dire NO bisogna avere una almeno sufficiente autostima. Ed allora, se non ce l’abbiamo, acquisiamola. Intanto, quei pochi coraggiosi colleghi che pur ci sono nelle scuole, vanno incoraggiati, affinché spronino i colleghi più timorosi ad imparare a dire NO. Ed allora sì, la lotta vera sarà iniziata.

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